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Nov 24, 2015 - Emilia Romagna    1 Comment

Azzurrina

Nata intorno al 1370, Azzurrina sarebbe stata figlia di Ugolinuccio o Uguccione di Montebello, feudatario di Montebello di Torriana, e sarebbe prematuramente scomparsa il 21 giugno del 1375, il giorno del solstizio d’estate. Si dice che fosse una bambina albina. Poiché la superstizione popolare dell’epoca collegava l’albinismo con eventi di natura diabolica, la madre decise di tingerle i capelli di nero.

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Tuttavia, dato che li tingeva con pigmenti di natura vegetale estremamente volatili, questi, complice la scarsa capacità dei capelli albini di trattenere il pigmento, avevano dato alla bimba riflessi azzurri come i suoi occhi: così avrebbe avuto origine il soprannome di “Azzurrina”. A causa di questo fatto il padre decise di far sorvegliare sempre la bimba da due guardie, Domenico e Ruggero, e non la faceva mai uscire di casa, per proteggerla dalle dicerie e dal pregiudizio popolare.

Si dice che il 21 giugno del 1375, mentre il padre era fuori in battaglia, Azzurrina, sempre vigilata dai due armigeri, giocasse nel castello di Montebello con una palla di stracci mentre fuori infuriava un temporale. Secondo il resoconto delle guardie la bambina avrebbe inseguito la palla caduta dalla scala all’interno della ghiacciaia sotterranea, nell’intento di recuperarla. Avendo sentito un urlo, le guardie sarebbero poi accorse nel locale entrando dall’unico ingresso, ma non avrebbero trovato traccia né della bambina né della palla, e il suo corpo non sarebbe stato mai più ritrovato. Il temporale sarebbe cessato con la scomparsa di Azzurrina. La leggenda vuole che il fantasma della bambina sia ancora presente nel castello e che torni a farsi sentire ogni cinque anni, in concomitanza con il solstizio d’estate.

 

Ott 23, 2015 - Emilia Romagna    No Comments

Il Drago di Belverde

Insediatosi all’interno di folte selve poste alla periferia di Rimini, nel sito che gli ha dato il nome, la leggenda del drago di Belverde risale quantomeno al Trecento. Narra le paure della popolazione vicina, fino al momento in cui si è riusciti ad ucciderlo, in modo alquanto originale, grazie all’ispirazione determinante della Vergine Maria.

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Quantunque dell’episodio si siano interessati anche gli storici locali più accreditati, la sua memoria si è venuta quasi perdendo; e il tutto si sarebbe potuto liquidare con poche e magari ironiche righe, se non fosse per l’intrigante presenza delle ossa di tale “drago”, che la devozione popolare aveva gelosamente custodito all’interno della piccola chiesa costruita in onore della Vergine salvatrice. Ossa rimaste visibili fino al settembre 1944, fino a che la furia devastatrice della guerra distrusse l’edificio sacro con tutto quanto in essa contenuto.

 

Ott 13, 2015 - Emilia Romagna    No Comments

La Piligrena

La piligrèna, detta anche lôma o lumèta è il nome che si dà in Romagna ai fuochi fatui. Un tempo tali fenomeni erano considerati misteriosi e si credeva che fossero una manifestazione della potenza magica della terra.

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Secondo una credenza ancestrale, infatti, la terra è «viva» e detiene il potere di resuscitare. A tal proposito queste manifestazioni luminose venivano associate a “povere anime” che per espiare le loro colpe vagavano senza pace oppure a defunti implacati che andavano in cerca di una degna sepoltura. La piligrèna serviva anche a spaventare i bambini, per evitare che andassero in giro di notte.

 

L’Uomo selvatico

Le leggende sull’ uomo selvatico sono molto diffuse lungo l’arco alpino e gli Appennini. L’uomo selvatico compare come un vero e proprio uomo, dotato di razionalità, più ingenuo e semplice, forse, ma anche superiore all’uomo civilizzato in alcune attività. Una prima caratteristica ricorrente è nell’aspetto dell’uomo selvatico, il cui corpo è ricoperto da un folto pelo che rende in genere superfluo l’uso di abiti.

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Sono numerose e provenienti da diverse zone le storie in cui l’uomo selvatico appare come un maestro dell’arte casearia e insegna agli uomini a fare il burro e il formaggio. Il suo insegnamento si interrompe prima che venga rivelato un ultimo segreto del mestiere, in genere quello di trarre la cera dal siero del latte. Viene chiamato diversamente a seconda della regione. Solo per fare alcuni esempi: in Piemonte è conosciuto come “om searvj”, nel trentino come l’ “om pelos”, nel valtellinese è invece l’ “omo salvadego”.

Alle origini del mito possiamo identificare pan, divinità ellenica, mezzo uomo e mezzo caprone, che incarnava alcune delle caratteristiche dell’ uomo selvaggio (il cui viso viene a volte descritto con sembianze caprine).

Forte e robusto, ci sono poche cose che l’ uomo selvatico temeva. Una di queste, però, è il vento. In Val d’Aosta, quando c’era vento, «si nascondeva e nessuno sapeva dove fosse andato a rintanarsi». Nelle Alpi, l’ uomo selvaggio era a volte feroce e crudele. Ma erano spesso le caratteristiche opposte a definirlo. Esso era nella maggior parte dei casi gentile, timido e schivo.