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I Krampus

I Krampus sono dei diavoli travestiti che accompagnano San Niccolò, nelle tradizionali sfilate lungo le strade di alcuni paesi. Questa tradizione è legata alla mitologia cristiana, più precisamente al vescovo San Niccolò e al suo servitore Krampus (a volte anche noto come David il conte). È un vero e proprio evento tipico delle festività natalizie, nato più di 500 anni fa e tutt’ora festeggiato in diverse zone d’Italia, in Austria e Baviera.

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Si racconta che tanto tempo fa, nei periodi di carestia, i giovani dei piccoli paesi di montagna si travestissero usando pellicce formate da piume e pelli e corna di animali. Essendo così irriconoscibili, andavano in giro a terrorizzare gli abitanti dei villaggi vicini, derubandoli delle provviste necessarie per la stagione invernale. Dopo un po’ di tempo, i giovani si accorsero, però, che tra di loro vi era un impostore: era il diavolo in persona, che approfittando del suo reale volto diabolico si era inserito nel gruppo rimanendo riconoscibile solo grazie alle zampe a forma di zoccolo di capra.

 

Venne dunque chiamato il vescovo Niccolò, per esorcizzare l’inquietante presenza. Sconfitto il diavolo, tutti gli anni i giovani, travestiti da demoni, sfilarono lungo le strade dei paesi, non più per depredare ma per portare doni o a “picchiare i bambini cattivi”, accompagnati dalla figura del vescovo che aveva sconfitto il male.

 

Ott 28, 2015 - Friuli Venezia Giulia    No Comments

L’Orcolat

L’Orcolat (“orcaccio”, spregiativo del friulano orcul, “orco”) è un mostruoso essere che la tradizione popolare indica come causa dei terremoti in Friuli. L’Orcolat è una figura ricorrente soprattutto nei racconti della tradizione popolare. Vivrebbe rinchiuso nelle montagne della Carnia, ogni suo agitarsi bruscamente provocherebbe un terremoto.

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Secondo la tradizione l’Orcolat viveva sulle montagne pascolando maiali ed altri animali. Un giorno trovò dei funghi e li mangiò. Ma quei funghi erano velenosi. Così, stremato per il terribile mal di pancia, L’Orcolat cadde in un sonno profondo. Senza l’orco, orde di malviventi scesero dalle montagne e distrussero ogni cosa, incendiando i monti. L’Orco, però, un giorno si svegliò disturbato da quel frastuono e cacciò i briganti.

Gli abitanti di Bordano quando lo seppero salirono sulla montagna portando doni per rabbonire l’Orco.  Ma trovarono l’Orcolat addormentato, circondato da migliaia di farfalle. Così gli abitanti di Bordano dipinsero tante farfalle sui muri delle loro case, così l’orco, per non distruggerle, cammina sui monti in punta di piedi.

 

L’Ucelat

In Friuli si narra la leggenda dell’ucelat, un mostruoso ucello che terrorizza i viaggiatori. Questa creatura dimora nella landa del Rio Bianco, che dai Monti Musi si estende fino alle vallate del monte Canin.

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Una volta, per catturare degli uccelli, un uomo si recò in quella landa. Non era ancora l’alba, il gallo cedrone non aveva ancora fatto sentire il suo canto, quando l’uomo aveva già disposto le gabbie e fissato le panie sugli alberi spogli. Improvvisamente però, dalle pareti di roccia venne giù una pioggia di sassi che rovinò tutti gli attrezzi. Nello stesso tempo il Monte Canin s’illuminò di fiamme sinistre e si udirono un terribile ululato ed un pauroso rumore di catene. Il povero uccellatore più morto che vivo, si fece coraggio e cercò di fuggire dal suo riparo.

Solo allora vide l’ucelat, un uccello gigantesco somigliante ad un cavallo, che aveva sradicato un vicino albero, gettandolo sul sentiero. Per il pover’uomo non c’era scampo ormai al colmo della disperazione si ricordò di avere in tasca un oggetto benedetto a Pasqua e subito lo levò contro l’uccello mostruoso, che scomparve senza fargli del male. Il gallo cedrone annunciò finalmente il mattino, tutto tornò tranquillo e l’uomo fu salvo. Non è dato sapere se egli continuò nella cattura dei volatili, quello che è certo è che da allora egli si guardò bene dal tornare in quella zona montagnosa, in cui si incontrano mostruosi uccelli, dove i dannati urlano infuriati ed attendono invano la loro redenzione.

 

Il Tatzelwurm

Il Tatzelwurm è una creatura leggendaria dell’arco alpino, descritta come un lucertolone con quattro o due sole zampe, la coda tozza e in alcuni casi con caratteristiche feline. Nell’area di lingua tedesca animali descritti in questo modo sono conosciuti anche come bergstutz, stollwurm e spingwurm.

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Agli inizi del XIX secolo, Carlo Amoretti scrisse della Serpentana, un grosso lucertolone con due o quattro zampe che avrebbe avuto l’abitudine di succhiare il latte alle mucche. Amoretti offrì anche un premio in denaro a chi gliene avesse portato un esemplare. Nel 1934 un tale Balkin presentò la foto di una serpentana ma l’immagine apparì come un falso piuttosto grossolano.

 

Alcuni resti della presunta creatura si rivelarono appartenenti ad animali diversi e conosciuti. Jakob Nicolussi suggerì che la creatura potesse essere un animale reale, imparentato con gli elodermi americani e propose il nome di Heloderma europaeus. Anton Koegel pensò invece ad un anfibio. Secondo Bernard Heuvelmans poteva trattarsi di un sauro con zampe corte o assenti come lo scinco o l’orbettino. Gli scettici fanno però notare la mancanza di prove materiali per suffragare l’esistenza reale della bestia. Un’ipotesi per spiegarne gli avvistamenti, quando non siano semplicemente invenzioni, è che siano da attribuirsi a serpenti o mustelidi non riconosciuti dall’osservatore.

 

L’Uomo selvatico

Le leggende sull’ uomo selvatico sono molto diffuse lungo l’arco alpino e gli Appennini. L’uomo selvatico compare come un vero e proprio uomo, dotato di razionalità, più ingenuo e semplice, forse, ma anche superiore all’uomo civilizzato in alcune attività. Una prima caratteristica ricorrente è nell’aspetto dell’uomo selvatico, il cui corpo è ricoperto da un folto pelo che rende in genere superfluo l’uso di abiti.

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Sono numerose e provenienti da diverse zone le storie in cui l’uomo selvatico appare come un maestro dell’arte casearia e insegna agli uomini a fare il burro e il formaggio. Il suo insegnamento si interrompe prima che venga rivelato un ultimo segreto del mestiere, in genere quello di trarre la cera dal siero del latte. Viene chiamato diversamente a seconda della regione. Solo per fare alcuni esempi: in Piemonte è conosciuto come “om searvj”, nel trentino come l’ “om pelos”, nel valtellinese è invece l’ “omo salvadego”.

Alle origini del mito possiamo identificare pan, divinità ellenica, mezzo uomo e mezzo caprone, che incarnava alcune delle caratteristiche dell’ uomo selvaggio (il cui viso viene a volte descritto con sembianze caprine).

Forte e robusto, ci sono poche cose che l’ uomo selvatico temeva. Una di queste, però, è il vento. In Val d’Aosta, quando c’era vento, «si nascondeva e nessuno sapeva dove fosse andato a rintanarsi». Nelle Alpi, l’ uomo selvaggio era a volte feroce e crudele. Ma erano spesso le caratteristiche opposte a definirlo. Esso era nella maggior parte dei casi gentile, timido e schivo.