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Ott 13, 2015 - Liguria    No Comments

Il Demone Nero di Moneglia

A Moneglia nel 1396 Monna Benvenuta, moglie di un ricco mercante Leonardo di Solarolo di Lavagna, fece un lascito testamentario ai frati francescani perché fosse eretta una chiesa votiva a San Giorgio. I frati la gestirono per circa due secoli arricchendola con numerose opere di grande prestigio, come maestoso polittico dedicato a San Ludovico da Tolosa eseguito dal pittore genovese Giovanni Barbagelata nel 1503. Si tratta di una tavola ricoperta di foglie adoro raffigurante nella parte mediana San Ludovico in trono con un ricco manto ricamato con i gigli di Francia e ai lati i santissimi Ambrogio, Stefano, Nicola e Antonio Abate.

image024Originariamente nella pala d’altare non era raffigurata la mostruosa bestia nera. Oggi appare ai piedi di Sant’Antonio e comparve misteriosamente al parroco e ai fedeli durante la prima messa, in una livida alba del 7 gennaio 1550. In quel periodo dell’anno, fino al mercoledì delle ceneri, streghe, diavoli, spiriti immondi e divinità pagane scorrazzavano per il mondo. La notte tra il 6 e il 7 gennaio a Moneglia era scoppiata una terribile burrasca, tuoni e fulmini squarciavano un cielo di nubi gonfie di pioggia.

La furia del mare minacciava le barche nel porto e il vento di mare, che aveva spezzato alberi e comignoli, si era portato via la croce del campanile della chiesa di San Giorgio. Al suo posto, uscito da una saetta sulfurea, sedeva ghignando malvagiamente un piccolo demone nero. Il demone prese a percorrere gli stretti vicoli del paese seminando rovine e disgrazie. Tanto fece che tutto il paese infuriato prese a inseguirlo con torce, forconi e amuleti.

Il demonio spaventato si tramutò allora in una bestia nera e si rifugiò in chiesa ai piedi di Sant’Antonio abate, protettore degli animali, ma il santo riconoscendolo lo immobilizzò con il suo lungo bastone. Oggi il demone nero è ancora là tremante di paura.

 

Ott 13, 2015 - Liguria    No Comments

Il Polpo di Tellaro

Intorno al 1660 Tellaro era una roccaforte costruita per difendere un paese più a monte, Barbazzano, molto ricco grazie alla sua produzione di olio di oliva. La costa intorno alla roccaforte era ripida e scoscesa, non era facile scendere a terra lì, ma i pirati saraceni decisero di provarci lo stesso. Guidati da Gallo d’Arenzano, aspettarono una notte di tempesta, nessuno avrebbe sospettato una loro sbarco con quel tempaccio.

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Gli abitanti di Tellaro avevano costruito una chiesetta vicino al mare. Lì avevano messo una sentinella con il compito di suonare le campane in caso di pericolo. Ma con quella tempesta nessuno avrebbe mai messo la propria nave in mare. Così, la sentinella si addormentò, felice di non dover stare con gli occhi aperti fino al mattino successivo. A mezzanotte in punto i pirati si avvicinarono alla riva e proprio mentre sbarcavano, le campane della chiesetta si misero a suonare animatamente. Gli abitanti di Tellaro così si precipitarono a difendere il loro paese e ricacciarono in mare i pirati saraceni.

Chi aveva suonato la campana, visto che la sentinella dormiva profondamente? Ai piedi del campanile i tellaresi videro un enorme polpo attaccato alle funi delle campane, era stato lui a salvare il paese! La leggenda fa riferimento a un evento storico avvenuto nel luglio del 1660. Si tratta del tentato assalto del borgo ligure da parte del pirata Gallo d’Arenzano.

 

Il Tatzelwurm

Il Tatzelwurm è una creatura leggendaria dell’arco alpino, descritta come un lucertolone con quattro o due sole zampe, la coda tozza e in alcuni casi con caratteristiche feline. Nell’area di lingua tedesca animali descritti in questo modo sono conosciuti anche come bergstutz, stollwurm e spingwurm.

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Agli inizi del XIX secolo, Carlo Amoretti scrisse della Serpentana, un grosso lucertolone con due o quattro zampe che avrebbe avuto l’abitudine di succhiare il latte alle mucche. Amoretti offrì anche un premio in denaro a chi gliene avesse portato un esemplare. Nel 1934 un tale Balkin presentò la foto di una serpentana ma l’immagine apparì come un falso piuttosto grossolano.

 

Alcuni resti della presunta creatura si rivelarono appartenenti ad animali diversi e conosciuti. Jakob Nicolussi suggerì che la creatura potesse essere un animale reale, imparentato con gli elodermi americani e propose il nome di Heloderma europaeus. Anton Koegel pensò invece ad un anfibio. Secondo Bernard Heuvelmans poteva trattarsi di un sauro con zampe corte o assenti come lo scinco o l’orbettino. Gli scettici fanno però notare la mancanza di prove materiali per suffragare l’esistenza reale della bestia. Un’ipotesi per spiegarne gli avvistamenti, quando non siano semplicemente invenzioni, è che siano da attribuirsi a serpenti o mustelidi non riconosciuti dall’osservatore.

 

L’Uomo selvatico

Le leggende sull’ uomo selvatico sono molto diffuse lungo l’arco alpino e gli Appennini. L’uomo selvatico compare come un vero e proprio uomo, dotato di razionalità, più ingenuo e semplice, forse, ma anche superiore all’uomo civilizzato in alcune attività. Una prima caratteristica ricorrente è nell’aspetto dell’uomo selvatico, il cui corpo è ricoperto da un folto pelo che rende in genere superfluo l’uso di abiti.

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Sono numerose e provenienti da diverse zone le storie in cui l’uomo selvatico appare come un maestro dell’arte casearia e insegna agli uomini a fare il burro e il formaggio. Il suo insegnamento si interrompe prima che venga rivelato un ultimo segreto del mestiere, in genere quello di trarre la cera dal siero del latte. Viene chiamato diversamente a seconda della regione. Solo per fare alcuni esempi: in Piemonte è conosciuto come “om searvj”, nel trentino come l’ “om pelos”, nel valtellinese è invece l’ “omo salvadego”.

Alle origini del mito possiamo identificare pan, divinità ellenica, mezzo uomo e mezzo caprone, che incarnava alcune delle caratteristiche dell’ uomo selvaggio (il cui viso viene a volte descritto con sembianze caprine).

Forte e robusto, ci sono poche cose che l’ uomo selvatico temeva. Una di queste, però, è il vento. In Val d’Aosta, quando c’era vento, «si nascondeva e nessuno sapeva dove fosse andato a rintanarsi». Nelle Alpi, l’ uomo selvaggio era a volte feroce e crudele. Ma erano spesso le caratteristiche opposte a definirlo. Esso era nella maggior parte dei casi gentile, timido e schivo.