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Nov 24, 2015 - Lombardia    No Comments

La Dama Bianca

Biancamaria Martinengo, discendente della nobile famiglia Martinengo era figlia del condottiero conte Gaspare Martinengo, signore di Urago d’Oglio, Padernello, Quinzano d’Oglio e di Caterina Colleoni, figlia del condottiero Bartolomeo Colleoni.

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Cagionevole di salute sin dalla nascita, Biancamaria all’età di 13 anni, venne trasferita dal palazzo di famiglia di Brescia alla residenza di campagna della famiglia, il castello di Padernello, da poco restaurato dallo zio Bernardino Martinengo, alla fine del 1479. La leggenda narra che Biancamaria morì precipitando nel fossato del castello dando vita alla leggenda della “Dama Bianca” e che ogni dieci anni, il 20 di luglio, la stessa notte della sua morte, il suo fantasma ricompare nel castello, vestito di bianco, con in mano un libro d’oro contenente il segreto della sua morte.

 

Nov 23, 2015 - Lombardia    No Comments

La Mandragola

Non è raro che vi siano draghi che prediligono specchi d’acqua come loro dimora. Nel bormiese, per esempio, si parlava, in passato, della Mandragolaun drago che abitava le acque dei fiumi e che si intravedeva quando il sole colpiva la loro superficie, dando vita al mobile guizzo dei riflessi.

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Un drago per niente  innocuo, dal momento che la sua preda preferita erano i bambini che sostavano sulle rive dei torrenti: balzava fuori più rapido del balenare di un riflesso e lì trascinava giù, nel gorgo delle acque. Di loro non si sapeva più nulla. Per questo i bambini, temendo una fine così orribile, si guardavano bene dall’avvicinarsi alle rive pericolose, ed i genitori parevano molto soddisfatti di questo.

 

Nov 7, 2015 - Lombardia    No Comments

L’Orco di Teglio

Orco è un nome che incute, con il solo suono, un timore ancestrale. Il termine deriva dal latino “orchus”, che significa la bocca spalancata dell’abisso che inghiotte chi vi si avvicina, anche se qualcuno ipotizza un’origine da “Ungaro”. Gli Ungari, infatti, soprattutto nel secolo X, con le loro scorrerie sanguinose e talora sanguinarie seminarono terrore in buona parte dell’Europa cristiana.

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Sembra che fra il 910 ed il 1000 abbiano effettuato incursioni anche in Valtellina. Alla loro immagine terribile è rimasta legata, nei secoli successivi, quella di un essere a metà fra l’uomo ed il mostro, che si ciba di bambini e che terrorizza gli uomini, aggirandosi nei territori prediletti, le selve ed i boschi più fitti. Nelle leggende, però, come spesso accade, l’aspetto orrorifico si stempera, lasciando il posto a tratti diversi, anche comici e burloni, che sembrano esorcizzare gli incubi più profondi. E’ il caso dell’orco che, si racconta, amava prendersi gioco dei viandanti che passavano nei pressi della chiesetta di san Rocco di Teglio. Si trattava di un orco davvero singolare.

Innanzitutto era davvero difficile vederlo: infatti era molto alto, come un larice, ma, nel contempo, anche estremamente sottile, più sottile di un crine di cavallo, tanto da risultare invisibile. In tal modo se ne poteva andare in giro indisturbato, studiando i tiri da giocare alle malcapitate vittime. Sì, perché ciò che più amava erano le burle. Approfittando dei suoi poteri magici, si manifestava in diverse sembianze. Un paio di volte, raccontano, assunse l’aspetto di un asino.

 

Ott 20, 2015 - Lombardia    No Comments

Il Lago Gerundo e il Tarantasio

Una leggenda narra che un tempo nelle acque del Lago Gerundo vivesse un drago di nome Tarantasio che, avvicinandosi alle rive, faceva strage di uomini e soprattutto di bambini e che ammorbava l’aria circostante con il suo alito asfissiante.

biscione_6Le esalazioni, in effetti, erano dovute alla presenza nel sottosuolo di metano e di idrogeno solforato, un fenomeno misterioso per la popolazione che, pertanto, incolpava esseri sconosciuti e fantasiosi. Il fantomatico mostro, secondo la leggenda, fu ammazzato da uno sconosciuto eroe che prosciugò anche il lago,  altri non era che il capostipite dei Visconti di Milano che, dopo tale prodezza, adottò come suo stemma l’immagine del biscione. Alcune fonti popolari attribuiscono il prosciugamento e la bonifica del lago a san Cristoforo, che avrebbe sconfitto il drago, o a Federico Barbarossa.

La bonifica del territorio fu in realtà fatta dai monaci delle abbazie vicine. Si ritiene comunemente che  le acque scomparvero in seguito a progressive opere di bonifica in atto già da tempo, in particolare il potenziamento del canale della Muzza da parte dei lodigiani, oltre a fattori di drenaggio e assestamenti geologici, come il livellamento di depositi morenici nei pressi dell’immissione dell’Adda nel Po.

 

Il Tatzelwurm

Il Tatzelwurm è una creatura leggendaria dell’arco alpino, descritta come un lucertolone con quattro o due sole zampe, la coda tozza e in alcuni casi con caratteristiche feline. Nell’area di lingua tedesca animali descritti in questo modo sono conosciuti anche come bergstutz, stollwurm e spingwurm.

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Agli inizi del XIX secolo, Carlo Amoretti scrisse della Serpentana, un grosso lucertolone con due o quattro zampe che avrebbe avuto l’abitudine di succhiare il latte alle mucche. Amoretti offrì anche un premio in denaro a chi gliene avesse portato un esemplare. Nel 1934 un tale Balkin presentò la foto di una serpentana ma l’immagine apparì come un falso piuttosto grossolano.

 

Alcuni resti della presunta creatura si rivelarono appartenenti ad animali diversi e conosciuti. Jakob Nicolussi suggerì che la creatura potesse essere un animale reale, imparentato con gli elodermi americani e propose il nome di Heloderma europaeus. Anton Koegel pensò invece ad un anfibio. Secondo Bernard Heuvelmans poteva trattarsi di un sauro con zampe corte o assenti come lo scinco o l’orbettino. Gli scettici fanno però notare la mancanza di prove materiali per suffragare l’esistenza reale della bestia. Un’ipotesi per spiegarne gli avvistamenti, quando non siano semplicemente invenzioni, è che siano da attribuirsi a serpenti o mustelidi non riconosciuti dall’osservatore.

 

L’Uomo selvatico

Le leggende sull’ uomo selvatico sono molto diffuse lungo l’arco alpino e gli Appennini. L’uomo selvatico compare come un vero e proprio uomo, dotato di razionalità, più ingenuo e semplice, forse, ma anche superiore all’uomo civilizzato in alcune attività. Una prima caratteristica ricorrente è nell’aspetto dell’uomo selvatico, il cui corpo è ricoperto da un folto pelo che rende in genere superfluo l’uso di abiti.

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Sono numerose e provenienti da diverse zone le storie in cui l’uomo selvatico appare come un maestro dell’arte casearia e insegna agli uomini a fare il burro e il formaggio. Il suo insegnamento si interrompe prima che venga rivelato un ultimo segreto del mestiere, in genere quello di trarre la cera dal siero del latte. Viene chiamato diversamente a seconda della regione. Solo per fare alcuni esempi: in Piemonte è conosciuto come “om searvj”, nel trentino come l’ “om pelos”, nel valtellinese è invece l’ “omo salvadego”.

Alle origini del mito possiamo identificare pan, divinità ellenica, mezzo uomo e mezzo caprone, che incarnava alcune delle caratteristiche dell’ uomo selvaggio (il cui viso viene a volte descritto con sembianze caprine).

Forte e robusto, ci sono poche cose che l’ uomo selvatico temeva. Una di queste, però, è il vento. In Val d’Aosta, quando c’era vento, «si nascondeva e nessuno sapeva dove fosse andato a rintanarsi». Nelle Alpi, l’ uomo selvaggio era a volte feroce e crudele. Ma erano spesso le caratteristiche opposte a definirlo. Esso era nella maggior parte dei casi gentile, timido e schivo.

 

Ott 6, 2015 - Lombardia    No Comments

Il Gigat

Il Gigat sarebbe una grossa capra oppure un enorme e ferocissimo gatto. E’ un parente stretto del “Gatto Mammone”, e come questo, di provata natura malefica. Avrebbe l’abitudine di abitare i vicoli bui, piombando su animali ed esseri umani per cibarsene, provocando orrende mutilazioni.

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Viene chiamato anche “Gigatt e nelle tradizioni folkloristiche alpine lombarde viene descritto come un mostro di proporzioni enormi, secondo alcune leggende è un caprone simile al dio Pan e viene spesso identificato come una variante della figura del Gatto Mammone diffusa nel folclore italiano.

Tipico delle tradizioni della provincia di Sondrio, è simile alla Gata Carogna bergamasca, solo che è assai più grande. Esso assalirebbe le persone che si aggirano da sole per le strade, mutilandole in modo orrendo, e attaccherebbe gli animali al pascolo per cibarsene. Come per la Gata Carogna, una spiegazione plausibile per gli avvistamenti del Gigat potrebbe essere qualche grande esemplare di gatto selvatico o un esemplare di lince sopravvissuto all’estinzione.

 

Ott 6, 2015 - Lombardia, Piemonte    No Comments

Il Bargniff

Tra gli acquitrini e le melmose acque a ridosso del Po viveva un tempo un’incredibile creatura chiamata Bargniff. Alcuni lo descrivevano come un rospo grosso come un bue e con gli occhi di fuoco, altri come un orso o un rospo peloso.

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Il Bargniff era solito porre indovinelli agli ignari viandanti che si attardavo sul ciglio di qualche canale o nei pressi di qualche acquitrino. Chi era in grado di rispondere alla domanda (e quasi mai nessuno ci riusciva) poteva transitare incolume, ma colui che non fosse stato in grado di soddisfare il mostro era da questi scagliato nelle gelide acque notturne, mentre il Bargniff gli sarebbe saltato addosso sghignazzando furiosamente, portandolo magari all’annegamento.

Questo era il vero motivo per cui gli abitanti delle zone a ridosso del Po cercavano di non attraversare mai acquitrini e corsi d’acqua una volta calate le tenebre e se, per qualche motivo, vi fossero stati costretti, camminavano di gran lena e con le orecchie tese, pronti a fuggire di corsa ad ogni rumore sospetto. Difatti se avessero udito gorgogliare le acque, quello era l’immancabile indizio della presenza del Bargniff, desideroso di porre i suoi indovinelli impossibili.