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Nov 10, 2015 - Piemonte    No Comments

L’Orco della Valle

C’era una volta a Locana, nella Valle dell’Orco appunto, un Orco e sua moglie. Avevano buoni rapporti con gli uomini perché erano onesti. Ma un giorno vennero ad abitare nella vallata alcuni Draghi. Di lì iniziarono i guai per gli Orchi, perché i draghi erano creature malefiche. vivevano nelle grotte della montagna ma andavano spesso a saccheggiare e bruciare i paesi della vallata in cerca d’oro, che per questo diventava sempre più povera.

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Allora un giorno l’Orco, stanco dei saccheggi che danneggiavano la valle, decise di uccidere i Draghi. Si armò e andò alle caverne, ma quando ne uscì un drago, con uno sputo di fuoco lo bruciò vivo. In paese dopo aver saputo la notizia si misero tutti in lutto. L’Orchessa, dopo la morte del marito, decise di vendicarlo e invitò i Draghi ad abbeverarsi ad una fonte, nella quale avrebbe messo del veleno. I draghi andarono dall’orchessa ma come essa si mostrò a loro, la bruciarono. Gli abitanti dopo averlo saputo decisero di uccidere tutti i draghi. Quando questi andarono a saccheggiare il paese, gli spezzarono le ali, li catturarono legandoli e poi li bruciarono sul rogo. In memoria dell’Orco e dell’Orchessa, decisero di chiamare la valle Valle dell’Orco, poiché gli Orchi si erano sacrificati per il loro amato paese.

 

Ott 20, 2015 - Piemonte    No Comments

Il Drago al Lago d’Orta

Una leggenda racconta che Giulio e Giuliano, fratelli, giunsero Gozzano. Erano soliti andare al lago d’Orta e dalle sponde osservavano lo scoglio roccioso e inospitale che fuoriusciva dalle acque. Pare che questo scoglio fosse però la tana di un drago, una creatura che abitualmente saziava la propria fame attaccando il bestiame, distruggendo case e raccolti e, talvolta, divorando anche qualche persona.

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Giulio, mosso a compassione per le persone vittime di questi attacchi, decise di provare a porre fine a questa situazione, stese il proprio mantello sull’acqua utilizzandolo come zattera e brandendo la propria spada, raggiunse l’isola dove affrontò e sconfisse il drago. A raccontarci questa storia che lascia sempre tutti a bocca aperta, sono le suore che vivono nel convento, dov’è custodito qualcosa di incredibile, la prova materiale che la leggenda sia vera, una vertebra di drago.

La vertebra è sospesa al centro della sacrestia e le sue dimensioni sono decisamente notevoli. Effettivamente si tratta di un osso ritrovato nei pressi dell’isola, nulla ci può assicurare che sia appartenuta a un drago, ma potrebbe essere un residuo dello scheletro di qualche dinosauro acquatico che è riuscito a conservarsi fino ai giorni nostri. In ogni caso, grazie alla vertebra, la storia di San Giulio acquista ancora maggiore credibilità e affascina chiunque ne venga a conoscenza.

 

Ott 11, 2015 - Piemonte    No Comments

La Faia

La faia, secondo una credenza popolare sarebbe qualcosa di mezzo tra la strega malefica e la fata buona. I vecchi raccontavano che la faia aveva insegnato ai pastori l’arte della lavorazione del latte e fatto conoscere un gran numero di erbe medicinali.

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Per loro si trattava di un personaggio realmente esistito. Aveva inoltre promesso di insegnare il segreto di ricavare dal latticello ( laita’ in dialetto), un prodotto ancor più importante del burro e del formaggio. Disgraziatamente, un giorno la faia, forse presa da un istinto materno, rapì un bimbo. Indignati i montanari le diedero una caccia spietata, sicché essa per sfuggire alla morte dovette abbandonare la valle. In Val Soana una caverna posta alla sommità di una strana parete verticale di roccia tutta bucherellata, è chiamata ancora oggi la casa della faia.

Il Tatzelwurm

Il Tatzelwurm è una creatura leggendaria dell’arco alpino, descritta come un lucertolone con quattro o due sole zampe, la coda tozza e in alcuni casi con caratteristiche feline. Nell’area di lingua tedesca animali descritti in questo modo sono conosciuti anche come bergstutz, stollwurm e spingwurm.

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Agli inizi del XIX secolo, Carlo Amoretti scrisse della Serpentana, un grosso lucertolone con due o quattro zampe che avrebbe avuto l’abitudine di succhiare il latte alle mucche. Amoretti offrì anche un premio in denaro a chi gliene avesse portato un esemplare. Nel 1934 un tale Balkin presentò la foto di una serpentana ma l’immagine apparì come un falso piuttosto grossolano.

 

Alcuni resti della presunta creatura si rivelarono appartenenti ad animali diversi e conosciuti. Jakob Nicolussi suggerì che la creatura potesse essere un animale reale, imparentato con gli elodermi americani e propose il nome di Heloderma europaeus. Anton Koegel pensò invece ad un anfibio. Secondo Bernard Heuvelmans poteva trattarsi di un sauro con zampe corte o assenti come lo scinco o l’orbettino. Gli scettici fanno però notare la mancanza di prove materiali per suffragare l’esistenza reale della bestia. Un’ipotesi per spiegarne gli avvistamenti, quando non siano semplicemente invenzioni, è che siano da attribuirsi a serpenti o mustelidi non riconosciuti dall’osservatore.

 

L’Uomo selvatico

Le leggende sull’ uomo selvatico sono molto diffuse lungo l’arco alpino e gli Appennini. L’uomo selvatico compare come un vero e proprio uomo, dotato di razionalità, più ingenuo e semplice, forse, ma anche superiore all’uomo civilizzato in alcune attività. Una prima caratteristica ricorrente è nell’aspetto dell’uomo selvatico, il cui corpo è ricoperto da un folto pelo che rende in genere superfluo l’uso di abiti.

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Sono numerose e provenienti da diverse zone le storie in cui l’uomo selvatico appare come un maestro dell’arte casearia e insegna agli uomini a fare il burro e il formaggio. Il suo insegnamento si interrompe prima che venga rivelato un ultimo segreto del mestiere, in genere quello di trarre la cera dal siero del latte. Viene chiamato diversamente a seconda della regione. Solo per fare alcuni esempi: in Piemonte è conosciuto come “om searvj”, nel trentino come l’ “om pelos”, nel valtellinese è invece l’ “omo salvadego”.

Alle origini del mito possiamo identificare pan, divinità ellenica, mezzo uomo e mezzo caprone, che incarnava alcune delle caratteristiche dell’ uomo selvaggio (il cui viso viene a volte descritto con sembianze caprine).

Forte e robusto, ci sono poche cose che l’ uomo selvatico temeva. Una di queste, però, è il vento. In Val d’Aosta, quando c’era vento, «si nascondeva e nessuno sapeva dove fosse andato a rintanarsi». Nelle Alpi, l’ uomo selvaggio era a volte feroce e crudele. Ma erano spesso le caratteristiche opposte a definirlo. Esso era nella maggior parte dei casi gentile, timido e schivo.

 

Ott 6, 2015 - Lombardia, Piemonte    No Comments

Il Bargniff

Tra gli acquitrini e le melmose acque a ridosso del Po viveva un tempo un’incredibile creatura chiamata Bargniff. Alcuni lo descrivevano come un rospo grosso come un bue e con gli occhi di fuoco, altri come un orso o un rospo peloso.

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Il Bargniff era solito porre indovinelli agli ignari viandanti che si attardavo sul ciglio di qualche canale o nei pressi di qualche acquitrino. Chi era in grado di rispondere alla domanda (e quasi mai nessuno ci riusciva) poteva transitare incolume, ma colui che non fosse stato in grado di soddisfare il mostro era da questi scagliato nelle gelide acque notturne, mentre il Bargniff gli sarebbe saltato addosso sghignazzando furiosamente, portandolo magari all’annegamento.

Questo era il vero motivo per cui gli abitanti delle zone a ridosso del Po cercavano di non attraversare mai acquitrini e corsi d’acqua una volta calate le tenebre e se, per qualche motivo, vi fossero stati costretti, camminavano di gran lena e con le orecchie tese, pronti a fuggire di corsa ad ogni rumore sospetto. Difatti se avessero udito gorgogliare le acque, quello era l’immancabile indizio della presenza del Bargniff, desideroso di porre i suoi indovinelli impossibili.