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Nov 21, 2015 - Marche, Umbria    No Comments

La Strolleca

La Strollèca o Stroll’ca è la strega umbra e marchigiana, definita spesso come una zingara che lancia le sue terribili “fatture”. Si dice Strollèca anche di una persona sudicia o vestita in maniera fin troppo eccentrica.

streghe

La Strolleca sarebbe una fattucchiera dedita alla pratica della stregoneria e dotata, secondo diverse credenze, di poteri occulti che le deriverebbero dal suo essere in contatto con entità malefiche infernali o comunque soprannaturali, poteri che essa utilizzerebbe quasi esclusivamente per nuocere alle persone e alle cose e talvolta per opporsi all’intera società in cui vive.

 

Ott 16, 2015 - Umbria    No Comments

Il Grifo di Narni e Perugia

Narni e Perugia hanno come stemma il Grifo, una creatura leggendaria, per metà leone (da cui trae la parte inferiore del corpo) e per metà aquila (la parte superiore, quindi la testa, le ali e le zampe anteriori, dotate di artigli). Folte piume formano una specie di criniera che vanno ad incorniciare delle piccole orecchie a punta.

34-sotto lo sguardo vigile del Grifone

Tale simbolo venne adottato dal Comune di Perugia già dal medioevo. Antichi documenti della città citano, tra le cose pregevoli conservate nella cassaforte comunale, “…due ogne di grifo grandi come corna di bove…”. Certo che per avere due unghie così grandi la bestia non era certo innocua! Ma come si venne ad avere questo trofeo? Narra la leggenda che nelle campagne tra Perugia e Narni scorrazzasse un grifone, che oltre ad essere un vero flagello, faceva razzia di animali domestici con grande danno per gli abitanti delle due città.

Perugini e Narnesi misero da parte le ataviche rivalità e si allearono per catturare la bestia. Dopo peripezie e tentativi vani riuscirono nel loro intento e si presero ognuno una parte del grifo come trofeo e monito. Da qui l’origine degli stemmi, quello di Perugia con il Grifo bianco (la pelle) e quello di Narni con il Grifo rosso (il corpo scuoiato).

 

Ott 9, 2015 - Umbria    No Comments

I Cavalli d’Argento

La chiesa di Santo Stefano in Manciano si trova in un ambiente molto isolato, totalmente avvolta dalla vegetazione ed è a 527 metri di altitudine sul colle di Santo Stefano, altitudine che nei periodi dei conflitti interni, le dava una buona difendibilità. Di essa oggi rimane ben poco, le mura perimetrali sono ruderi, la cripta è semipraticabile ed il tetto completamente crollato. Edificata nel XII secolo, di aspetto romanico fa parte di un complesso di 27 chiese che arricchivano il territorio di Trevi.

santostefano (22)

Questo luogo abbandonato è molto suggestivo e ha creato nel tempo innumerevoli leggende che, come ben sappiamo, hanno spesso un fondo di verità.
Si dice che i monaci che abitavano l’abbazia erano molto ricchi, forse non certo solo per le offerte, forse per qualche tesoro donato dal cielo, possedevano una grande quantità di argento, tale da ferrare gli zoccoli dei cavalli con ferri del prezioso metallo. Inoltre ornavano i finimenti e le staffe con fibbie in argento, tanto erano ricchi.

Questi cavalli così bardati apparivano quasi magici, scintillanti di giorno e eterei di notte al chiaro di Luna. Avevano la fama di essere invincibili ed immortali tanto che un lupo cercando di attaccare e uccidere uno di essi, si ritrovò a fuggire scioccato di fronte all’animale che incolume raggiungeva spavaldo la vicina Matigge. Questa enorme ricchezza dei monaci farebbe parte di un tesoro mai trovato e forse ancora oggi ben nascosto tra le rovine. Monili e gioielli di argento, forse magici, da rendere invincibile chiunque li indossi.

Ott 6, 2015 - Umbria    No Comments

Il Drago Tiro

Una leggenda, che riferisce delle origini della città di Terni, narra che un tempo un mostro orribile, una specie di viverna o serpente alato chiamato Tiro dimorasse nei terreni paludosi presso la località chiamata ” la chiusa”. Gli abitanti morivano soffocati dall’alito pestifero che sprigionava il mostro. Allora un giovane animoso, armatosi, andò incontro alla bestia che era nascosta tra la vegetazione palustre, e, scovatala, dopo aspra lotta la uccise, liberando da morte certa i poveri cittadini. In ricordo di tale avvenimento si dice che Terni abbia voluto porre una statua, chiamata ” la chimera verde”, nel suo blasone.

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Leggende di questo tipo erano molti diffuse in Umbria specialmente nelle zone dove i corsi d’acqua, trovando degli impedimenti, ristagnavano formando delle zone paludose. In tempi remoti il territorio ternano era infatti caratterizzato da queste zone paludose formate dal fiume Nera, dal fiume Velino e dal torrente Serra. Il fiume Velino, trovando un impedimento nella zona delle Marmore tendeva a formare un vasta zona paludosa che arrivava fino a Rieti. Il fiume Nera trovava due ostacoli: uno nei pressi di Papigno e uno verso le gole di Narni; in questo modo sia la Val Nerina, da Ferentillo fino a Collestatte, sia la conca ternana, erano caratterizzate da zone paludose.

Il ristagno di acqua e la formazione di acquitrini causavano la nascita e il diffondersi della malaria, malattia che nei tempi antichi faceva più vittime di un attacco dei barbari. Non riuscendo a capire come si sviluppasse questa malattia gli antichi ternani attribuivano questa malattia ad un drago che abita la palude. Il drago, che all’epoca venne chiamato “Thyrus” o Tiro, era quindi la ” malattia ” che uccideva esalando dalle proprie fauci un alito fetido e mortale. Il gesto del giovane eroe descritto nella leggenda  corrisponde quindi alla bonifica delle zone paludose effettuate nel corso dei secoli. Questo fatto leggendario dette origine al motto: «Thirus et Amnis Dederunt Signa Teramnis» ossia: «Il Tiro e il fiume diedero le insegne a Terni.»