Browsing "Valle d’Aosta"
Ott 10, 2015 - Valle d'Aosta    No Comments

I Diavoli della Val Veny

Cacciati da San Bernardo dai valichi alpini di accesso alla Valle d’Aosta, i diavoli che vi si erano insediati si ritirarono sul Mont Maudit; ma, di tanto in tanto, lasciavano la montagna maledetta per compiere in Val Veny scorribande sfrenate, cui non mancavano di invitare le streghe ed ogni sorta di geni del male. Mettevano a soqquadro tutta la vallata, calpestavano i seminati, devastavano i raccolti. Canonici ed alti prelati, rispondendo all’appello della popolazione, si erano prodigati in inutili esorcismi: dopo ogni scongiuro, anzi, le forze infernali sembravano ulteriormente imbaldanzite, né si riusciva a capirne il motivo.

12bis-960x420

Ma, un giorno, a un diavolaccio che si ritirava soltanto all’alba, perché s’era azzoppato nel corso del sabba, scappò chiacchierando con un contadino  che i religiosi chiamati a cacciare i demoni avevano fallito, perché il loro cuore non si poteva certo dire senza macchia. La comunità allora, riunitasi per esaminare la situazione alla luce di quella rivelazione, stabilì di cercare un religioso più degno, non più però ai vertici, ma alla base della scala ecclesiastica. La scelta cadde su un umile fraticello cercatore del convento di San Francesco di Aosta. I montanari tanto dissero e tanto fecero che il padre priore, che pure avrebbe volentieri anteposto al prescelto ben più illustri e meritevoli religiosi, finì col cedere alle pressanti richieste ed impose al questuante.

Dalla montagna maledetta i diavoli videro appressarsi tremebondi il servo del Signore, invano cercando cavilli per sfuggire al suo invito a lasciare la vallata. Lo accusarono dapprima di aver rubato, un giorno, una manciata d’erba fresca per i suoi calzari: ma il frate aveva deposto nel prato quella secca che aveva nei sandali; gli rinfacciarono poi di aver colto un’altra volta, abusivamente, in una vigna un grappolo d’uva: ma il francescano l’aveva pagato con una moneta lasciata sul muretto di cinta, e non per sé l’aveva preso, ma per un confratello ammalato. Sconfitti dal candore di quel puro di cuore, i demoni furono costretti a far ritorno, mogi mogi all’inferno. Né mai più, da quel giorno, la Val Veny fu disturbata dalle turbe maligne.

 

Il Tatzelwurm

Il Tatzelwurm è una creatura leggendaria dell’arco alpino, descritta come un lucertolone con quattro o due sole zampe, la coda tozza e in alcuni casi con caratteristiche feline. Nell’area di lingua tedesca animali descritti in questo modo sono conosciuti anche come bergstutz, stollwurm e spingwurm.

lastdragon

Agli inizi del XIX secolo, Carlo Amoretti scrisse della Serpentana, un grosso lucertolone con due o quattro zampe che avrebbe avuto l’abitudine di succhiare il latte alle mucche. Amoretti offrì anche un premio in denaro a chi gliene avesse portato un esemplare. Nel 1934 un tale Balkin presentò la foto di una serpentana ma l’immagine apparì come un falso piuttosto grossolano.

 

Alcuni resti della presunta creatura si rivelarono appartenenti ad animali diversi e conosciuti. Jakob Nicolussi suggerì che la creatura potesse essere un animale reale, imparentato con gli elodermi americani e propose il nome di Heloderma europaeus. Anton Koegel pensò invece ad un anfibio. Secondo Bernard Heuvelmans poteva trattarsi di un sauro con zampe corte o assenti come lo scinco o l’orbettino. Gli scettici fanno però notare la mancanza di prove materiali per suffragare l’esistenza reale della bestia. Un’ipotesi per spiegarne gli avvistamenti, quando non siano semplicemente invenzioni, è che siano da attribuirsi a serpenti o mustelidi non riconosciuti dall’osservatore.

 

L’Uomo selvatico

Le leggende sull’ uomo selvatico sono molto diffuse lungo l’arco alpino e gli Appennini. L’uomo selvatico compare come un vero e proprio uomo, dotato di razionalità, più ingenuo e semplice, forse, ma anche superiore all’uomo civilizzato in alcune attività. Una prima caratteristica ricorrente è nell’aspetto dell’uomo selvatico, il cui corpo è ricoperto da un folto pelo che rende in genere superfluo l’uso di abiti.

uomini10

Sono numerose e provenienti da diverse zone le storie in cui l’uomo selvatico appare come un maestro dell’arte casearia e insegna agli uomini a fare il burro e il formaggio. Il suo insegnamento si interrompe prima che venga rivelato un ultimo segreto del mestiere, in genere quello di trarre la cera dal siero del latte. Viene chiamato diversamente a seconda della regione. Solo per fare alcuni esempi: in Piemonte è conosciuto come “om searvj”, nel trentino come l’ “om pelos”, nel valtellinese è invece l’ “omo salvadego”.

Alle origini del mito possiamo identificare pan, divinità ellenica, mezzo uomo e mezzo caprone, che incarnava alcune delle caratteristiche dell’ uomo selvaggio (il cui viso viene a volte descritto con sembianze caprine).

Forte e robusto, ci sono poche cose che l’ uomo selvatico temeva. Una di queste, però, è il vento. In Val d’Aosta, quando c’era vento, «si nascondeva e nessuno sapeva dove fosse andato a rintanarsi». Nelle Alpi, l’ uomo selvaggio era a volte feroce e crudele. Ma erano spesso le caratteristiche opposte a definirlo. Esso era nella maggior parte dei casi gentile, timido e schivo.