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Ott 30, 2015 - Veneto    No Comments

Avalda e gli Spettri di Monselice

Sarebbero ben tre i fantasmi che a Monselice animano le notti del castello, fatto riedificare dal tiranno Ezzelino da Romano sui resti di una fortezza più antica. Il fantasma di Avalda, la sua amante; quello di Jacopino da Carrara, signore di Monselice, e quello dell’amante di Jacopino, Giuditta.

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Avalda, con la sua carnagione bianchissima, apparirebbe vestita di bianco, con l’abito grondante di sangue. La leggenda narra che la sua bellezza fu pari alla sua crudeltà. Infatti se è vero che si circondava di amanti giovani e belli, dopo aver dato libero sfogo alla sua passione e alla lussuria li faceva uccidere crudelmente sottoponendoli a svariate torture. Si dice che Avalda era donna abile nella pratica delle arti della stregoneria e della negromanzia, e sapeva usare saggiamente il veleno. Le sue arti però non le impedirono di soccombere a suo marito, il nobile Ezzelino da Romano. Questi infatti scoprì i suoi turpi traffici e la fece uccidere da un sicario. Ancora oggi vagherebbe con l’abito insanguinato tra le stanze del Castello di Monselice, in cerca di una pace che non potrà mai trovare. Altre leggende parlano invece che lei si innamorò di un giovane viandante e che, scoperta dal marito, la raggiunse e l’uccise nel salone d’onore del Castello di Monselice. Da quel giorno, il fantasma dolente di Avalda incominciò ad aggirarsi di notte per il castello alla ricerca del suo giovane amante.

Jacopino Da Carrara incede invece lento per i corridoi trascinando i suoi passi incerti con l’aiuto di un bastone. Magro, consunto, appare coi lunghi capelli grigi spettinati. Nominato signore di Padova nel dicembre del 1350 assieme allo zio Francesco, fu da questi successivamente rinchiuso nel castello, sospettato dal congiunto di tramare contro di lui. Jacopino trascorse diciassette anni senza poter uscire: alla fine per lui fu decretata la morte per fame, e le sue urla raccapriccianti furono udite per molti giorni, fino alla fine. La sua amante, Giuditta, che fino all’ultimo fu tenuta all’oscuro del destino dell’uomo, vaga ancora oggi attorno al castello e nel buio della notte chiede ai passanti notizie del suo Jacopino.

 

Ott 16, 2015 - Veneto    No Comments

Il Buso dei Briganti

Il Buso dei Briganti si trova sul monte Cinto e rappresenta uno dei luoghi più affascinanti e misteriosi dei Colli Euganei. La leggenda narra che nell’ 800 la particolare conformazione rocciosa di trachite radunava combriccole di briganti, i quali, attraverso uno scavo di una breccia sulla roccia, accedevano ad una posizione panoramica ottimale per controllare il territorio sottostante.

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I gradini incisi sulla roccia conducono ad una porta, la porta del Buso dei Briganti, che chiudeva l’accesso esterno, e la leggenda che coinvolge questo luogo è ancora viva nonostante il passare del tempo. La paura di attraversare quelle pianure abitate da briganti senza scrupoli era molta. L’esigenza di debellare questi delinquenti fu talmente forte che, nel 1848, Radetzsky istituì il giudizio statuario mediante il quale ne furono catturati ed uccisi parecchi.

La leggenda racconta inoltre che nel 1856, dopo una retata ed una estenuante lotta, vennero giustiziati cento briganti nella piazza di Este. Il capobanda si salvò e trascorse il resto della sua vita con la moglie nascondendosi nel Buso dei Briganti. L’amore lo trasformò in un uomo buono, tanto da essere ribattezzato con l’appellativo di Eremita o di Santo. Nelle notti di luna piena lo si vedeva in cima al sasso con le braccia incrociate.

 

Ott 10, 2015 - Veneto    No Comments

Villa Valmarana ai Nani

Villa Valmarana “ai nani” è una villa veneta situata alle porte della città di Vicenza, sulle falde di Monte Berico, celebre per lo straordinario ciclo di affreschi di Giambattista Tiepolo che dipinse la villa nel periodo del suo massimo splendore artistico. Il nomignolo “ai nani”, con cui è conosciuta, per differenziarla dalle altre ville della stessa famiglia, è dovuto alle 17 sculture in pietra rappresentanti dei nani, un tempo sparsi nel parco, oggi allineati sul muro di cinta.

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Una leggenda vuole che la figlia del signore della villa fosse affetta da nanismo e che suo padre avesse scelto appositamente custodi e servitori dell’edificio tra i nani, perché alla ragazza non si voleva far conoscere il proprio difetto fisico. Quando nella villa penetrò un principe, alla sua vista la ragazza si disperò, presa coscienza del proprio stato, la giovane si tolse la vita gettandosi dalla torre, motivo per cui i nani rimasero pietrificati dal dolore. Ancora oggi, i fedeli servitori pietrificati, sorvegliano il sonno della figlia del proprietario della villa.

 

Ott 10, 2015 - Veneto    No Comments

L’Anello e il Pescatore

Una leggenda narra che un pescatore veneziano, che se ne stava a Riva degli Schiavoni, si sentì chiedere da un vecchio di portarlo all’isola di San Giorgio. Il cielo era nero come la pece e perfino la laguna era in tempesta, ma il pescatore disse di si, come se fosse obbligato.

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Quando arrivarono a San Giorgio, sulla barca salì un giovane guerriero, e poi via, dritti a San Nicolò del Lido, dove presero a bordo un altro passeggero. Il vento era sempre più forte, il mare sempre più cupo, ma i tre uomini volevano andare ancora avanti, e il pescatore obbedì e fece forza sul remo. Ed ecco, una volta al largo videro una grande nave nera, piena di diavoli di tutte le misure, che veleggiavano verso Venezia per distruggerla con i loro malefici e sommergerla con un maremoto. Ma i tre uomini, che poi erano San Marco, San Giorgio e San Nicolò fecero il segno della croce nell’aria e sotto la nave del demonio si aprì una voragine d’acqua che la inghiottì.

Il pescatore quasi non riusciva a credere a quello che aveva visto, così san Marco si sfilò dal dito un anello e gli disse di andare dal doge e di raccontagli tutto. E se il doge non gli avesse creduto, di fagli vedere l’anello. Il pescatore andò e, quando mostrò l’anello, si scoprì che era proprio quello custodito nella basilica, sparito ormai da qualche giorno. Il pescatore coraggioso venne ricompensato con una ricca pensione ed ebbe anche il permesso di vendere la sabbia dell’isola di Sant’Erasmo.

 

Il Tatzelwurm

Il Tatzelwurm è una creatura leggendaria dell’arco alpino, descritta come un lucertolone con quattro o due sole zampe, la coda tozza e in alcuni casi con caratteristiche feline. Nell’area di lingua tedesca animali descritti in questo modo sono conosciuti anche come bergstutz, stollwurm e spingwurm.

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Agli inizi del XIX secolo, Carlo Amoretti scrisse della Serpentana, un grosso lucertolone con due o quattro zampe che avrebbe avuto l’abitudine di succhiare il latte alle mucche. Amoretti offrì anche un premio in denaro a chi gliene avesse portato un esemplare. Nel 1934 un tale Balkin presentò la foto di una serpentana ma l’immagine apparì come un falso piuttosto grossolano.

 

Alcuni resti della presunta creatura si rivelarono appartenenti ad animali diversi e conosciuti. Jakob Nicolussi suggerì che la creatura potesse essere un animale reale, imparentato con gli elodermi americani e propose il nome di Heloderma europaeus. Anton Koegel pensò invece ad un anfibio. Secondo Bernard Heuvelmans poteva trattarsi di un sauro con zampe corte o assenti come lo scinco o l’orbettino. Gli scettici fanno però notare la mancanza di prove materiali per suffragare l’esistenza reale della bestia. Un’ipotesi per spiegarne gli avvistamenti, quando non siano semplicemente invenzioni, è che siano da attribuirsi a serpenti o mustelidi non riconosciuti dall’osservatore.

 

L’Uomo selvatico

Le leggende sull’ uomo selvatico sono molto diffuse lungo l’arco alpino e gli Appennini. L’uomo selvatico compare come un vero e proprio uomo, dotato di razionalità, più ingenuo e semplice, forse, ma anche superiore all’uomo civilizzato in alcune attività. Una prima caratteristica ricorrente è nell’aspetto dell’uomo selvatico, il cui corpo è ricoperto da un folto pelo che rende in genere superfluo l’uso di abiti.

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Sono numerose e provenienti da diverse zone le storie in cui l’uomo selvatico appare come un maestro dell’arte casearia e insegna agli uomini a fare il burro e il formaggio. Il suo insegnamento si interrompe prima che venga rivelato un ultimo segreto del mestiere, in genere quello di trarre la cera dal siero del latte. Viene chiamato diversamente a seconda della regione. Solo per fare alcuni esempi: in Piemonte è conosciuto come “om searvj”, nel trentino come l’ “om pelos”, nel valtellinese è invece l’ “omo salvadego”.

Alle origini del mito possiamo identificare pan, divinità ellenica, mezzo uomo e mezzo caprone, che incarnava alcune delle caratteristiche dell’ uomo selvaggio (il cui viso viene a volte descritto con sembianze caprine).

Forte e robusto, ci sono poche cose che l’ uomo selvatico temeva. Una di queste, però, è il vento. In Val d’Aosta, quando c’era vento, «si nascondeva e nessuno sapeva dove fosse andato a rintanarsi». Nelle Alpi, l’ uomo selvaggio era a volte feroce e crudele. Ma erano spesso le caratteristiche opposte a definirlo. Esso era nella maggior parte dei casi gentile, timido e schivo.