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Ott 16, 2015 - Umbria    No Comments

Il Grifo di Narni e Perugia

Narni e Perugia hanno come stemma il Grifo, una creatura leggendaria, per metà leone (da cui trae la parte inferiore del corpo) e per metà aquila (la parte superiore, quindi la testa, le ali e le zampe anteriori, dotate di artigli). Folte piume formano una specie di criniera che vanno ad incorniciare delle piccole orecchie a punta.

34-sotto lo sguardo vigile del Grifone

Tale simbolo venne adottato dal Comune di Perugia già dal medioevo. Antichi documenti della città citano, tra le cose pregevoli conservate nella cassaforte comunale, “…due ogne di grifo grandi come corna di bove…”. Certo che per avere due unghie così grandi la bestia non era certo innocua! Ma come si venne ad avere questo trofeo? Narra la leggenda che nelle campagne tra Perugia e Narni scorrazzasse un grifone, che oltre ad essere un vero flagello, faceva razzia di animali domestici con grande danno per gli abitanti delle due città.

Perugini e Narnesi misero da parte le ataviche rivalità e si allearono per catturare la bestia. Dopo peripezie e tentativi vani riuscirono nel loro intento e si presero ognuno una parte del grifo come trofeo e monito. Da qui l’origine degli stemmi, quello di Perugia con il Grifo bianco (la pelle) e quello di Narni con il Grifo rosso (il corpo scuoiato).

 

L’Ucelat

In Friuli si narra la leggenda dell’ucelat, un mostruoso ucello che terrorizza i viaggiatori. Questa creatura dimora nella landa del Rio Bianco, che dai Monti Musi si estende fino alle vallate del monte Canin.

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Una volta, per catturare degli uccelli, un uomo si recò in quella landa. Non era ancora l’alba, il gallo cedrone non aveva ancora fatto sentire il suo canto, quando l’uomo aveva già disposto le gabbie e fissato le panie sugli alberi spogli. Improvvisamente però, dalle pareti di roccia venne giù una pioggia di sassi che rovinò tutti gli attrezzi. Nello stesso tempo il Monte Canin s’illuminò di fiamme sinistre e si udirono un terribile ululato ed un pauroso rumore di catene. Il povero uccellatore più morto che vivo, si fece coraggio e cercò di fuggire dal suo riparo.

Solo allora vide l’ucelat, un uccello gigantesco somigliante ad un cavallo, che aveva sradicato un vicino albero, gettandolo sul sentiero. Per il pover’uomo non c’era scampo ormai al colmo della disperazione si ricordò di avere in tasca un oggetto benedetto a Pasqua e subito lo levò contro l’uccello mostruoso, che scomparve senza fargli del male. Il gallo cedrone annunciò finalmente il mattino, tutto tornò tranquillo e l’uomo fu salvo. Non è dato sapere se egli continuò nella cattura dei volatili, quello che è certo è che da allora egli si guardò bene dal tornare in quella zona montagnosa, in cui si incontrano mostruosi uccelli, dove i dannati urlano infuriati ed attendono invano la loro redenzione.

 

Il Tatzelwurm

Il Tatzelwurm è una creatura leggendaria dell’arco alpino, descritta come un lucertolone con quattro o due sole zampe, la coda tozza e in alcuni casi con caratteristiche feline. Nell’area di lingua tedesca animali descritti in questo modo sono conosciuti anche come bergstutz, stollwurm e spingwurm.

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Agli inizi del XIX secolo, Carlo Amoretti scrisse della Serpentana, un grosso lucertolone con due o quattro zampe che avrebbe avuto l’abitudine di succhiare il latte alle mucche. Amoretti offrì anche un premio in denaro a chi gliene avesse portato un esemplare. Nel 1934 un tale Balkin presentò la foto di una serpentana ma l’immagine apparì come un falso piuttosto grossolano.

 

Alcuni resti della presunta creatura si rivelarono appartenenti ad animali diversi e conosciuti. Jakob Nicolussi suggerì che la creatura potesse essere un animale reale, imparentato con gli elodermi americani e propose il nome di Heloderma europaeus. Anton Koegel pensò invece ad un anfibio. Secondo Bernard Heuvelmans poteva trattarsi di un sauro con zampe corte o assenti come lo scinco o l’orbettino. Gli scettici fanno però notare la mancanza di prove materiali per suffragare l’esistenza reale della bestia. Un’ipotesi per spiegarne gli avvistamenti, quando non siano semplicemente invenzioni, è che siano da attribuirsi a serpenti o mustelidi non riconosciuti dall’osservatore.

 

Ott 6, 2015 - Sicilia    No Comments

Il Tirafiato

Il tirafiato è un piccolo rettile per metà serpente e per metà lucertola. La gente lo chiama così perché si dice che venga  attratto dall’alito dei lattanti e per questo motivo sarebbe temuto dalle mamme  preoccupate che l’animale possa avvicinarsi alle culle dei bambini. Il tirafiato non è altri che il Gongilo (Chalcides ocellatus).

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Molti nomi siciliani del gongilo (tirutirunitiraxiatutiraciatutiruneddu) fanno riferimento a una presunta capacità di “tirare”, ossia bloccare, il fiato ad altri animali, esseri umani compresi. In particolare è diffusa la credenza popolare che il gongilo sia attratto dai lattanti e che possa soffocarli entrando loro in gola. Tuttavia esiste anche una leggenda che attribuisce al gongilo un ruolo positivo, infatti durante la notte sveglierebbe con la coda gli uomini in pericolo.

Una differente ipotesi etimologica vorrebbe invece far discendere il nome “tiru” dalla velocità con cui il rettile è in grado di scappare «più veloce di un tiro di schioppo», mentre il nome “tiraciatu” deriverebbe dal fatto che le persone tratterrebbero il fiato per lo stupore durante le improvvise apparizioni e rapide scomparse del gongilo tra i loro piedi. Per il colore della pelle simile a quello delle sardine (azzurro argentato), nella zona di Castelvetrano è invece denominato “sardazza”. Alcuni lo chiamano “pisci lavuraturi” che deriverebbe invece dalla capacità di scavare rapidamente cunicoli nel terreno per nascondersi.

 

Ott 6, 2015 - Lombardia    No Comments

Il Gigat

Il Gigat sarebbe una grossa capra oppure un enorme e ferocissimo gatto. E’ un parente stretto del “Gatto Mammone”, e come questo, di provata natura malefica. Avrebbe l’abitudine di abitare i vicoli bui, piombando su animali ed esseri umani per cibarsene, provocando orrende mutilazioni.

Gigat

Viene chiamato anche “Gigatt e nelle tradizioni folkloristiche alpine lombarde viene descritto come un mostro di proporzioni enormi, secondo alcune leggende è un caprone simile al dio Pan e viene spesso identificato come una variante della figura del Gatto Mammone diffusa nel folclore italiano.

Tipico delle tradizioni della provincia di Sondrio, è simile alla Gata Carogna bergamasca, solo che è assai più grande. Esso assalirebbe le persone che si aggirano da sole per le strade, mutilandole in modo orrendo, e attaccherebbe gli animali al pascolo per cibarsene. Come per la Gata Carogna, una spiegazione plausibile per gli avvistamenti del Gigat potrebbe essere qualche grande esemplare di gatto selvatico o un esemplare di lince sopravvissuto all’estinzione.

 

Ott 6, 2015 - Toscana    No Comments

Il Foglionco

Il Foglionco è un piccolo e spietato predatore notturno, terribile insidia dei pollai. I grandi dicevano ai bambini che se durante il giorno fa­cevano i capricci, la notte sarebbe arrivato in camera il “Foion­co” con i suoi occhietti scintillanti e i denti aguzzi a succhiar loro il sangue, così come faceva con le galline, cosa di cui i piccoli non dubitavano avendole viste diverse volte scannate nel pollaio.

Foglionco

“Fojonco” è un termine dialettale dell’ area lucchese (Lucca, Viareggio, Versilia, Media Valle del Serchio e Garfagnana) che indica una puzzola o un tipo di animale notturno come la faina o la martora. Si tratta dunque di un mustelide ben noto ai contadini per essere predatore di animali da cortile. Il fatto che l’animale abbia abitudini notturne e sia difficile da avvistare (difficilissimo quando non esisteva la luce artificiale) ha sempre portato a descrizioni confuse. A volte infatti si fa coincidere il Foglionco con la faina. D’altro canto la faina, come altri mustelidi, ha forma cilindrica allungata e questo le permette di penetrare nei pollai da piccole aperture dando alle scorrerie un alone di mistero. In verità il Foglionco è conosciuto per la capacità di addentare le prede al collo, lasciando evidenti segni sui cadaveri. E’ diffusa la credenza, per altro errata e attribuita popolarmente anche alla martora, che il Foglionco succhi il sangue delle vittime.

In anni recenti si è diffusa l’idea, avvalorata da testi e siti di criptozoologia, che il Foglionco sia una creatura immaginaria, talvolta descritta come capace di volare. In realtà quest’idea è recente e non si trova in alcun testo novecentesco sul folclore. Il mito del Foglionco come animale fantastico deriva molto probabilmente da due fattori: Dalle descrizioni incerte che la maggior parte dei contadini facevano ai dialettologi (incertezza che non impediva mai di identificare il Foglionco con un mustelide), e dall’abbandono recente del piccolo allevamento di animali da cortile. Dalle incerte descrizioni di un mustelide si è così passati a vaghi ricordi di cose sentite dai nonni. Tali ricordi, rielaborati in ambito urbano, con aggiunta di notevole dose di fantasia conducono a descrizioni relative alla presunta capacità di volare dell’animale, e per questo motivo è divenuto oggetto di interesse per gli studiosi . In Garfagnana ed in Versilia, il Foglionco è noto anche come “Fegonchio” o “Fojonco”.

 

Ott 6, 2015 - Lombardia, Piemonte    No Comments

Il Bargniff

Tra gli acquitrini e le melmose acque a ridosso del Po viveva un tempo un’incredibile creatura chiamata Bargniff. Alcuni lo descrivevano come un rospo grosso come un bue e con gli occhi di fuoco, altri come un orso o un rospo peloso.

Bargniff

Il Bargniff era solito porre indovinelli agli ignari viandanti che si attardavo sul ciglio di qualche canale o nei pressi di qualche acquitrino. Chi era in grado di rispondere alla domanda (e quasi mai nessuno ci riusciva) poteva transitare incolume, ma colui che non fosse stato in grado di soddisfare il mostro era da questi scagliato nelle gelide acque notturne, mentre il Bargniff gli sarebbe saltato addosso sghignazzando furiosamente, portandolo magari all’annegamento.

Questo era il vero motivo per cui gli abitanti delle zone a ridosso del Po cercavano di non attraversare mai acquitrini e corsi d’acqua una volta calate le tenebre e se, per qualche motivo, vi fossero stati costretti, camminavano di gran lena e con le orecchie tese, pronti a fuggire di corsa ad ogni rumore sospetto. Difatti se avessero udito gorgogliare le acque, quello era l’immancabile indizio della presenza del Bargniff, desideroso di porre i suoi indovinelli impossibili.